La community che trasforma lo sport amatoriale in socialità

La community che trasforma lo sport amatoriale in socialità

La community che trasforma lo sport amatoriale in socialità. È questa la mission di Play2Match, la startup che coniuga innovazione e impatto sociale impegnata nel programma di incubazione Le Serre di ART-ER 2026. Fondata a febbraio 2025, l’impresa è ora impegnata in una campagna di equity crowdfunding che andrà avanti fino al 27 luglio 2026. 

Di questo e di tanto altro ci ha parlato Iacopo Livia, CEO e co-founder di Play2Match.

Iacopo ci racconti in poche parole di che cosa si occupa la startup?

Play2Match si occupa di organizzare partite sportive con l'obiettivo di far socializzare e fare incontrare dal vivo le persone. Siamo partiti dall’idea di voler combattere quella che viene chiamata «epidemia della solitudine» creata dai social media, dall’intelligenza artificiale e dal lavoro da remoto, tutte opportunità che ci danno più libertà e che hanno aspetti positivi ma che allontanano le occasioni di vedersi fisicamente. 

Noi abbiamo mediamente 28 anni e sappiamo quanto sia difficile fare amicizia dopo l’università. Per questo abbiamo deciso di utilizzare lo sport e il gioco, nella fattispecie il beach volley, per far sì che la gente si possa conoscere in un contesto piacevole, accogliente e divertente.

Perché avete scelto proprio il beach volley?

È uno sport in crescita in Italia ma non affollato di competitor come il padel. Anche se è disciplina olimpica è praticato molto a livello amatoriale. E poi è perfetto per il nostro mood, rappresenta esattamente quello che vogliamo comunicare: il divertimento in una spiaggia d’estate tra persone che ancora non si conoscono.

Come avete sviluppato Play2Match?

Abbiamo una parte tecnologica e una di community. Nelle città in cui siamo attivi abbiamo dei coordinatori che riescono a dar vita al format rendendolo divertente, come dicevo prima. L’applicazione invece gestisce gli slot e un algoritmo di matching riesce a creare squadre equilibrate per livello di gioco, età, genere e interessi. 

Abbiamo una piattaforma proprietaria e la tecnologia è piuttosto avanzata perché se così non fosse non riuscirebbe a replicare l’efficienza del lavoro inizialmente gestito da noi a mano. Ci sono poi parametri statici e parametri di storico. Faccio un esempio, è più piacevole giocare con le stesse persone ma lo è anche conoscere gente nuova. L’algoritmo di matching mette insieme tutti questi dati. 

Poi c’è un algoritmo chiamato “di previsione” che aiuta più noi nella gestione operativa e nella programmazione. Se gli eventi che apriamo si riempiono, abbiamo una sostenibilità economica e finanziaria più solida che deriva dalla partecipazione degli utenti che pagano 9,90 euro a partita».

Un servizio «palla in mano»?

«Bella questa! In effetti sì, chi si prenota trova tutto pronto, la squadra, il campo, e adesso stiamo strutturando meglio il post-partita. Stiamo lavorando a convenzioni con i locali vicini al centro sportivo. Funziona così: rompo il ghiaccio giocando e mi faccio nuovi amici a cena. Proporre l’esperienza completa oltre a creare relazioni tra gli utenti servirebbe anche a noi per avere più margine pur mantenendo un prezzo accessibile».

Come vi è venuta l’idea?

L’idea è venuta a me. Io ho l’abitudine di appuntare su un taccuino tutto quello che mi viene in mente. In quel periodo io ero già nel mondo delle imprese innovative perché lavoravo a Torino come facilitatore per la parte di validazione e crescita di startup early stage e probabilmente ero alla ricerca di quella che sarebbe potuta diventare la mia avventura imprenditoriale. 

Quella difficoltà di ricreare un giro di amicizie era in primis una mia difficoltà poiché ero appena rientrato in città dopo un periodo all’estero. Mi ero iscritto a un gruppo di Whatsapp che aveva l’obiettivo di organizzare partite di beach volley e di cercare qualcuno da mettere in squadra. Quello è stato lo spunto e con i miei co-founder, Simone Tabellini e Giacomo Mantini, che erano già miei soci di un’associazione no-profit, abbiamo deciso di costruirci sopra un format. “Ma se utilizzassimo gli eventi sportivi, come ad esempio il beach volley, con la scusa di far conoscere le persone?” ho buttato là la domanda. 

Questo è stato il primissimo step.

La startup è un’evoluzione dell’associazione?

Non proprio. L’associazione, che esiste ancora, si chiama Sprintaly e organizza hackathon in giro per l’Italia per offrire ai giovani gli strumenti per imparare a lanciare delle idee di innovazione sociale.

Come vi siete conosciuti?

Su LinkedIn. Simone mi aveva contattato perché aveva visto quello che facevo e voleva approfondire mentre a Giacomo ho scritto io. Gli avevo girato una bozza del progetto dell’associazione, gli è piaciuto e abbiamo deciso di portarlo avanti. Era più o meno il 2022 mentre le prime attività risalgono al 2023. Devo dire che ci siamo proprio trovati anche e soprattutto a livello personale e poi Sprintaly è stata l’occasione per testare il team anche sotto il profilo professionale.

Parlaci del team. Che competenze avete e che ruolo ricoprite nella startup?

Io ho studiato Management dell'informazione e comunicazione aziendale all’Università di Torino, un percorso che non ho concluso perché quando ho cominciato a lavorare da freelance nel campo delle startup come facilitatore specializzato in validation e growth marketing sentivo di essere approdato nel posto in cui volevo essere. In Play2Match ricopro il ruolo di CEO. 
Simone, il CMO, invece ha frequentato l’ITS a Bologna con competenze in digital marketing e social media e quando ci siamo conosciuti lavorava in ambiente startup, mentre Giacomo, Head of CX, è laureato magistrale in Economia e finanza aziendale all’Università di Bologna ha un’esperienza su prodotti digitali di corporate, quindi abituato a gestire milioni di utenti e tantissimi dati.

Siete solo voi tre?

No, il team attualmente è composto da sei persone. Oltre a noi, c’è Maria De Gregorio, entrata come content creator a supporto di Simone, ed Emma Tarzia. Lei si occupa della gestione dei match e dei centri sportivi, un aspetto che non siamo ancora riusciti ad automatizzare al 100%. Infine c’è Federico Kratter Thaler, lui si occupa sia di sviluppo sia di design, è il nostro CPO, quindi Chief Product Officer. Ora possiamo dire che il team è completo».

Sia nella composizione del team sia nell’organizzazione del lavoro la componente umana sembra importante nonostante l’utilizzo dell’AI. È così?

Assolutamente sì. E credo che sarà così anche nel futuro perché la parte relazionale con gli utenti e con i centri sportivi l’umano è insostituibile.

A che punto siete?

Abbiamo validato tre aspetti. Abbiamo lanciato uno sport in una città facendo numeri interessanti. Parliamo di 15 mila persone registrate, più di 10 mila partecipanti, 1500 partite con un 60% di presenze nel post partita con un feedback molto alto, rispondendo alla perfezione al core business della startup.

Abbiamo validato anche la replicabilità su un’altra città con uno stesso sport. A Torino abbiamo ottenuto risultati migliori perché avevamo imparato dagli errori fatti a Bologna. 

Infine abbiamo validato la delega: i nostri lead match, i coordinatori, sono in grado di gestire sia l’avvio sia le attività nelle città in cui non siamo fisicamente presenti come, per esempio, a Milano. Tutto questo è fondamentale in un’ottica di scalabilità che non sacrifichi la qualità della community».

Dove avete trovato i fondi per partire?

Siamo partiti con il classico Family&Friends. Con 70mila euro messi sia da noi fondatori, dalle nostre famiglie e da amici e colleghi con i quali avevamo lavorato abbiamo validato il mercato. Ora che stiamo crescendo di giorno in giorno abbiamo deciso di lanciare una campagna di crowdfunding, una modalità che ho sempre guardato con interesse.

Come mai?

La natura della nostra startup community-based non poteva che prevedere un metodo di finanza di community. Quanto è più bello se i primi sostenitori del progetto sono gli utenti stessi? Sono molto contento di come stanno andando le cose, la risposta è molto interessante e non solo da parte dei nostri utenti. È un modo di creare un ecosistema attorno a noi.

Che obiettivo vi siete posti?

Stiamo raccogliendo 250mila euro. L’obiettivo è quello di replicare il format in altre 10 città in tre anni arrivando a 12 città in totale. L’idea è quella di tirare di nuovo una linea tra i 3 e i 5 anni quando il mercato sarà ancora più grande.

Avete in mente passi molto ponderati.

La nostra mentalità è quella di reinvestire ciò che fatturiamo, di crescere quindi con le nostre risorse. Vogliamo un’azienda sostenibile da ogni punto di vista

Io ragiono molto a checkpoint come nei giochi, un passo alla volta. Ci riconosciamo in quella modalità che adesso si chiama “startup zebra”, in contrapposizione all’unicorno. E siccome per noi le relazioni sono importanti, quelle non le puoi replicare troppo velocemente perché poi la formula si spacca».

Quali sono i progetti per il futuro?

Vogliamo diventare la crew sportiva più grande d'Italia. Come lo facciamo? Esportando il nostro modello in altre città, anche in quelle piccole, grazie ai coordinatori che possono utilizzare la nostra app come layer tecnologico. E poi vogliamo aprirci ad altri sport, non necessariamente quelli che si svolgono nei centri, per radicare ancora di più il nostro format che comprende, non dimentichiamolo, anche la parte di socializzazione post partita.

Tutto questo è fattibile nel medio periodo. Il sogno invece?

Su questo tutti noi soci siamo d’accordo: vorremmo avere i nostri centri sportivi. È sicuramente un business diverso ma avere una maggiore libertà nella gestione ci permetterebbe di avere più margine e di sperimentare ancora di più il format che sarebbe ibrido, tra evento fisico e tecnologia.

State partecipando al programma Le Serre di ART-ER 2026. Come vi state trovando?

Molto bene. Abbiamo incontrato dei mentor che ci hanno aiutato ad apportare delle migliorie su aspetti tecnici e su quelli di marketing. E poi la location ai Giardini Margherita è impagabile perché si tratta di un parco a vera vocazione sportiva. 

Abbiamo inoltre ottimi rapporti con i founder delle altre startup: la contaminazione davanti alla macchinetta del caffè è importantissima.

Di solito queste interviste si chiudono con un consiglio ad aspiranti startupper. Con te questa domanda assume un significato particolare visto il tuo passato da facilitatore.

Il consiglio che ridarei a me stesso è che validare con la minima idea possibile è la cosa più giusta da fare. Partire è più facile di quello che si crede mentre continuare è di gran lunga più difficile. Un altro consiglio che darei, me ne sono reso conto solo ora che sono imprenditore, è non forzare un mercato all’infinito. 

Le persone o le aziende devono rispondere con una velocità abbastanza alta per capire che quello che fai risponde effettivamente a un problema esistente. Per me bisogna partire da qualcosa di piccolo, replicarlo tantissime volte anche a mano, come abbiamo fatto noi all’inizio con le partite di beach volley, per farti dire dal mercato che quello che hai in mente effettivamente funziona. E poi ho scoperto che non bisogna avere paura ad assumere. Con un team più ampio da subito, avremmo ottenuto gli stessi risultati nella metà del tempo».

 

 

Autore: Giorgia Olivieri, giornalista freelance. Si occupa di creazione di impresa dal 2003 avendo curato progetti di comunicazione per Progetti d'impresa, per BAN Bologna, per la Città Metropolitana di Bologna, per Incredibol e per Almacube. Collabora con Art-ER dal 2017 su vari progetti tra cui la Start Cup Emilia-Romagna.

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