Decima edizione di State of Italian VC, l'analisi sull'evoluzione dell'industria dell'innovazione italiana realizzata da P101, che illustra come il VC italiano sia in crescita e abbia investito circa 10 miliardi di euro, 7.5 dei quali negli ultimi 5 anni. Nonostante la crescita, gli investimenti pro-capite in venture capital restano sproporzionatamente bassi: nel 2025 si sono fermati a 127 euro portando l’Italia a farsi superare dalla Lituania e a scivolare al terz’ultimo posto in Europa in questa classifica, davanti solo a Grecia e Slovenia.
Alzando lo sguardo a livello europeo, negli ultimi 5 anni, il venture capital ha investito circa 367 miliardi di euro (527 miliardi in dieci anni). Un terzo di questi investimenti sono riconducibili al Regno Unito (120 miliardi), seguito da Francia (51 miliardi di euro) e Germania (50 miliardi di euro), dati che evidenziano il grado di maturità raggiunto dagli ecosistemi più evoluti.
“Oggi guardiamo all’evoluzione di un’industria che un decennio fa, in Italia, di fatto non esisteva. Siamo passati da una manciata di operatori con risorse limitate e impatto marginale, a un venture capital con basi solide che investe stabilmente da uno a due miliardi l’anno nell’economia reale – dice in una nota Andrea Di Camillo, fondatore e managing partner di P101 –Anche il contesto è cambiato radicalmente: l’era dell’innovazione incrementale è finita. Oggi affrontiamo una forte discontinuità tecnologica, con IA e infrastrutture critiche che riorientano il flusso dei capitali, mentre emerge la consapevolezza che la sovranità digitale non è più una scelta, ma una necessità inderogabile. Tutto si muove più velocemente e se vogliamo tenere il passo, non basteranno i capitali che vediamo crescere, grazie al supporto di investitori istituzionali come CDP e EIF e player come Azimut. Serviranno le corporate, la cui attività resta limitata a casi virtuosi, e un mercato del capitale pubblico più efficiente. Ma soprattutto, servirà una prospettiva internazionale: dei fondi, che dovranno guardare oltre confine, delle imprese che dovranno competere a livello globale, e degli investitori che dovranno essere sempre più internazionali. In un continente ancora troppo frammentato, il futuro di questa industria centrale per l’innovazione passa da una maggiore cultura del VC come asset class europea e il 28° regime è un primo passo in avanti in questa direzione”.